Le famose 60 pagine (che in realtà erano 59) le ho lette, le ho lette da qualche settimana, a puntate, e le ho lasciate lì a fermentare, sobbollire e gorgogliare per vedere se dopo un po’ ne usciva un “personal response” decente.
Alla fine ho deciso di scrivere quello che penso delle idee espresse in “Coltivare le connessioni” se non in ordine logico almeno in ordine cronologico rispetto a come sono esposte nel pamphlet. Ho decisamente scritto troppo (e probabilmente non in modo efficace), ma ho diviso in paragrafi così che nella lettura si può saltare da un argomento all’altro.
“E’ indubbio che viviamo in un epoca di grandi mutazioni ma sarebbe un errore ritenere queste una novità senza precedenti che turbano e sconvolgono una condizione di equilibrio, e che forse avremmo potuto evitare o cambiare se avessimo agito in un modo diverso”. Sono d’accordo; secondo me probabilmente le mutazioni avvenute per esempio negli ultimi 50 anni possono sembrare un cumulo di novità, in parte negative, che avremmo potuto evitare tenendo un comportamento diverso, ma questo solo perché sono state accompagnate da un progresso tecnologico molto rapido rispetto ad altri momenti storici, che forse ha fatto sì che le generazioni coinvolte in tali cambiamenti si sentissero travolte da un fiume in piena e incapaci di opporre resistenza. Ma perché cambiare comportamento, opporsi, prima ancora di sapere se il cambiamento produrrà conseguenze positive o negative? Il cambiamento è inevitabile, è parte di tutto e di tutti, ne è la base: l’unica cosa da fare è in parte assecondarlo, in parte guidarlo, incanalarlo verso qualcosa che sia coerente con i nostri ideali, non lasciare passivamente che degeneri in qualcosa di distruttivo anziché costruttivo.
Reti. L’approccio olistico afferma, in sintesi, che il tutto è qualcosa di più della mera somma delle parti: questo è proprio ciò che si vede in una rete; se ogni nodo della rete fosse autosufficiente, se non fosse una tessera di un mosaico non avrebbe senso parlare di rete. Un altro passaggio che mi ha colpito è stata le definizione di internet come “living network”, una rete che ha capacità autogenerative, le cui funzioni vengono sviluppate grazie alle caratteristiche della rete stessa, viva perché costituita da una comunità umana. Bene, tutto questo secondo me è riassunto in un episodio accaduto il mese scorso, riportato dai giornali. Una commessa accumula ore di straordinario e richiede regolarmente alla titolare del negozio di essere pagata, ma questa la licenzia e la picchia per quasi un’ora sotto gli occhi delle altre dipendenti (certa che avranno troppa paura per riferire cosa sta succedendo); la ragazza si rivolge a “Le Iene”, che manda in onda un servizio su questo caso, e sull’onda della trasmissione nasce un gruppo facebook di sostenitori alla ragazza; ma è a questo punto che avviene, a mio parere, la svolta: un sabato pomeriggio, un certo numero di utenti facebook spenge il computer, si alza e va a piazzarsi davanti al negozio per protestare. Se ciò è avvenuto, significa che dietro agli schermi, ai nodi della rete che è internet, ci sono delle persone e che tanti nodi hanno fatto ciò che un nodo solo (la ragazza) non poteva fare.
Poi c’è la questione della massa: in rete viene riversata un enorme quantità di materiale, per esempio riguardante l’informazione, e questo viene ritenuto sinonimo di bassa qualità. E’ vero, su internet si trovano tante stupidaggini, inesattezze, ecc.; ma a ben guardare quello che fa storcere il naso è la possibilità di avere di fronte un mare magnum di “input”, impulsi, spunti, e di “output”, il risultato della rielaborazione degli stimoli, per destreggiarsi nei quali è necessario l’esercizio del senso critico, cosa che richiede uno sforzo superiore rispetto a sedersi davanti alla tv e lasciarsi inondare dalle notizie selezionate e “impacchettate” dai telegiornali o da chiunque decida quali notizie, quanto approfondite e da quali fonti mi va di conoscere.
Come sostiene -tra gli altri- Al Gore (Festival del Giornalismo di Perugia, 2010), internet accoglie e amplifica un dinamismo dell’informazione, della circolazione di idee, che secondo me è insito nella natura stessa dell’informazione: non c’è uno che parla e tutti che ascoltano, ci sono tutti che parlano e tutti che ascoltano ( e questo “tutti” può essere chiunque, perché i mezzi e la capacità necessari sono “a buon mercato”).
Le cose vive. La perdita di sensibilità verso le cose vive di cui si parla nel testo per me è assolutamente tangibile. Non solo si ignorano le nozioni minime e spesso intuitive sulla vita di piante e animali a meno che non si faccia un lavoro direttamente collegato, ma non si sa più come trattare con le persone, che in fin dei conti “funzionano” come noi, non è che fanno la sintesi clorofilliana o muggiscono, non ci dovrebbe essere (in generale) un manuale d’uso su come avere a che fare con gli altri umani.
E invece occorrono corsi aziendali su come comunicare un licenziamento, una diagnosi infausta o brutte notizie in genere, “lezioni di empatia”che non espongono tanto teorie psicologiche avanzatissime, ma atteggiamenti suggeriti dal buon senso.
Per non parlare della reazione della gente al movimento Free Hugs: offrire abbracci gratuiti per la strada sembra solo sintomo di stravaganza o egocentrismo, alla domanda “E’ gratis, lo vuole un abbraccio?” chiunque si irrigidisce e alcuni rispondono “Non voglio nulla/non firmo nulla/ non vi do soldi”; poi dopo che sono stati abbracciati tirano un sospiro, sorridono e mentre se ne vanno si girano addirittura a sbirciare chi li ha abbracciati.
Concordo con l’ affermazione che il sapere riguardante la comunicazione con le cose vive in generale si sia estinto in poche generazioni; è stato un evento concomitante con l’incremento della scolarizzazione e l’atomizzazione della società, ma queste secondo me non possono essere le uniche cause. Certo è che la comunicazione con le cose vive, l’alleanza con la natura, come tutte le comunicazioni richiede un dialogo, e il dialogo non è che abbondi nell’ambiente scolastico: si punta a comprimere in sintesi la maggior parte di quelle conoscenze ritenute indispensabili e a trasferirle nella mente degli studenti; e siccome le cose sono tante, le si descrivono in teoria (la pratica comporta perdita di tempo, impegno da parte dell’insegnante, scartoffie, inconvenienti) e le si presentano secondo un paradigma unico per tutti, chi non è rapido a vedere le cose come le presenta l’insegnante si arrangi. Ovviamente da questo compendio di “cose-che-se-non-le-sai-chissà-dove-andrai-a-finire” sono escluse le conoscenze di base del mondo agricolo, rurale, dell’artigianato: secondo me semplicemente perché quando questa cernita di argomenti da insegnare è iniziata gli studenti erano figli di contadini o artigiani, quindi che senso aveva ripetere loro ciò che vedevano fare ogni giorno ai genitori? Ecco, dopo decenni, quando queste conoscenze non sono più scontate, ci troviamo a“cercare in forme proposizionali, somministrate da una cattedra e pagate un certo prezzo conoscenze che prima erano respirate nella comunità”.
Ciò che ho detto finora mi sembra ricadere sotto due delle sue metafore in particolare, la madre e il bosco. La madre rappresenta bene la perdita di conoscenza implicita di come intrattenere relazioni con la cosa viva: per esempio si vedono per la strada neomamme che tengono in braccio i loro figli di pochi mesi con la testina ciondolante da un lato o in avanti, segno che forse le loro stesse madri/nonne/ ecc., insomma le loro famiglie, non hanno mai detto loro di sorreggere la testa dei neonati; però se è vero che le conoscenze basilari sono state perse, è anche vero che possono venir passati nozioni o atteggiamenti sbagliati o superati, per questo sono a mio parere importanti i corsi per futuri genitori.
Il bosco riassume la tendenza al disorientamento di fronte a ciò che non è schematico, al caos, il bisogno ossessivo di limiti (vedi sopra quando dicevo che si ha paura del vasto mare di informazioni di internet).
D’altra parte, si è abituati ad avere un unico immutabile punto di vista proprio dalla scuola (qui, professore, devo dargliene atto), dal modo in cui presenta le conoscenze. L’elasticità mentale è in via d’estinzione, ovvero “studiare e fare carriera nuoce gravemente alla capacità di adattamento”.
Personal (Learning) Enviroment. La scuola propone un canale unico di comunicazione con gli studenti, costituito dall’insegnante che somministra alle teste più o meno interessate e presenti degli allievi una realtà per forza di cose parziale, esigendo che tale versione delle nozioni sia assimilata e ripresentata nella stessa forma dallo studente nelle occasioni stabilite. Un unico canale, un unico schema, un unico punto di vista sull’argomento, un unico metodo di assegnare voti.
A costo di essere ripetitiva, ripeterò ciò che penso: è più facile, meno faticoso, più rapido, più efficace sul breve termine ridurre una complesso di cose intrecciate ad unica variabile. Quindi si propone un learning enviroment impersonale ed unico per tutti, non importa se lo studente ripete un tot di cose imparate a memoria ma non ha capito di cosa si parla e di lì a poco rimuove il tutto.
La proposta è dunque che la scuola insegni a trasformare il proprio personal enviroment nel proprio personal learning enviroment; ottima proposta, ma un cambiamento di paradigma così radicale richiede uno stravolgimento della formazione degli insegnanti stessi (delle nuove generazioni di insegnanti): chi formerà i nuovi insegnanti (a loro volta formati da piccoli dalla “vecchia istruzione”)? Gli insegnanti degli insegnanti (ancora più impelagati nella “vecchia istruzione”)?? E chi dice che la classe insegnante in toto sarebbe d’accordo nel compiere un tale sforzo per rivoluzionare il proprio modo di operare?
Credo che un cambiamento del genere sia destinato a partire dal singolo, ma se il singolo insegnante è inserito in un contesto educativo del vecchio paradigma la sua “rivoluzione” non avrà un destino roseo. In definitiva, concordo con Shanniefancy (pag. 53): “Quello che voglio dire è che credo che non vivrò abbastanza per vedere i principi della PLE applicati nella vita reale. Ciò ovviamente non vuol dire abbattersi, però in qualche modo, almeno per il momento, si rimane sempre incatenati a quel vecchio sistema che ci imprigiona, che ostacola lo sviluppo delle nostre personali attitudini”.
Concludo con una nota di ottimismo, anch’io ho dei punti di riferimento che credo potranno dare forza al cambiamento: tra questi Patch Adams e Al Gore.
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