martedì 20 dicembre 2011

Natale in casa Schianti - La morte dello spirito natalizio

Da quanto ho scritto l’ultimo post ho avuto più volte l’intenzione di scriverne altri – per es. desideravo scrivere un post sentitissimo sul tema “Take a walk on the wild side” (più tardi per caso ho letto per la prima volta il testo e ho capito che scriverci un post senza averlo letto sarebbe stato un po’, come dire,… beh, se lo volete sapere abbiate la pazienza di attendere che io nel futuro scriva effettivamente questo post, sempre che lo faccia) oppure mi era venuta in mente un’esilarante storia che aveva per protagonista un piccolo mobile, intitolata “Lo chiamavano (S)comodino” con annessa apologia della mia avversione per i comodini – ma pur troppo sono stata in altre faccende affaccendata, faccende ben più essenziali ai fini del bene dell’umanità (no, non ho provveduto personalmente a rifornire di sciarpe, rosa per i maschi e azzurre per le femmine, una popolazione di pinguini antartici che vivono in armonia e non accettano pregiudizi sessisti; ma ho fatto qualcosa di poco meno importante).

Dunque, per quanto io detesti i testi, nella fattispecie blog, con intenti diaristici/cronachistici/didascalici/di solenne rompimento con resoconti dettagliati della vita per nulla interessante di emeriti sconosciuti, mi vedo costretta a produrre un post… natalizio: e lo faccio esclusivamente per il vostro bene, perché dovete sapere ciò che vado a dirvi.

Se Nietzsche (copiato bassamente da Guccini) affermò che Dio è morto, io – mirando decisamente più in basso – posso affermare che lo spirito natalizio è morto.

Dopo “Natale in casa Cupiello” e “Natale in casa Gori”, ecco a voi “Natale in casa Schianti”.
(scena: i due componenti più giovani della famiglia – una Schianti doc e il suo sventurato ma ingegnoso cavaliere - sono stati incaricati dagli anziani, più che saggi menefreghisti, di allestire in casa Schianti il grottesco teatrino degli ADDOBBI NATALIZI)

-         Amore, ma secondo te… Babbo Natale è un fisico?
-        
-         Oh, amore… ma secondo te..
-         Ho capito, sì… Babbo natale è onnisciente.
-         È vero. Controlla il tempo e lo spazio.

I due decidono che per un anno può essere rispettata la tradizione del presepe (che in casa Schianti appare con la stessa frequenza della cometa di Halley).
Problema: dove collocarlo? C’è solo un luogo in casa Schianti dove un tale cimelio (statuine di porcellana bianca alte 30 cm residue di una prova di produzione di un presepe a varie grandezze di qualche decennio fa) può trovare posto: il ripiano degli alcolici (notare che gli anziani, oltre che menefreghisti, hanno anche una fama di alcolisti da mantenere; tuttavia non essendolo veramente – sembrano già alticci da sobri- le suddette bottiglie di alcolici e superalcolici sono quasi tutte piene e impolverate). La rampolla Schianti spolvera e trova posto aggiro negli altri scaffali a tutte le 56 bottiglie, dopodiché sorge un altro problema: manca la capanna.

-         Manca la capanna!
-         Ah, sì.. è normale.
-         Allora la devo costruire.. [lampo di ingegnosità negli occhi del cavaliere, che, come già detto, è molto ingegnoso]
-         Ma se invece facessimo.. tipo.. un pergolato?
-         Cos’è un pergolato?
-         ..magari coperto d’edera..
-         No. Vo a cercare della legna fuori.



Il cavaliere torna con la legna e allestisce l’architrave della capanna, pietosamente coperta dalla Schianti con una frasca di abete finto affinché almeno non ci piova dentro.
Sopraggiunge uno shock: tra le statuine manca Giuseppe.
Ebbene sì, la Madonna di casa Schianti è una madre single: i due risolvono prontamente infilando in fondo alla capanna, in ombra, un anonimo personaggio maschile in posizione più o meno seduta (secondo un’interessante interpretazione questa disposizione riflette il modello di famiglia nella società occidentale attuale).
Vengono aggiunti gli altri personaggi (tra cui due pecore magre rifinite e due pastori identici ma in scala diversa – “sicuramente due gemelli, di cui uno affetto da deficit di ormone della crescita” afferma il cavaliere), con i re magi regolarmente in lontananza e il Bambino non ancora nella culla (ma sulla mensola del caminetto); vengono aggiunte le lucine (tutte blu dietro la capanna per simulare il cielo e colorate tra i personaggi) e la stella cometa (un pezzo di uno di quei fili pelosi scintillanti che si mettono sull’albero, ovviamente dorato).
Altro inconveniente: il previdente cavaliere ha fissato sotto la legna della capanna, umida perché è stata all’aperto, un foglio di giornale, cosicché il pavimento sotto i piedi delle staue è in parte color legno e in parte fantasia-foglio-di-giornale.

Tra i personaggi male assortiti e il giornale, più che un presepe sembra un centro di accoglienza, un rifugium peccatorum.

-         Tesoro, è bellissimo..ma non sarebbe il caso di mettere qualcosa a coprire il pavimento?
-         Perché?
-         Perché si vede il foglio di giornale.. è brutto…
-         Hai ragione.
[Il cavaliere dispone fra i piedi delle statue i già citati fili pelosi scintillanti argento ed oro]

Adesso più che un presepe sembra un gay-pride.

Fortunatamente la Schianti riesuma dall’armadio della biancheria un asciugamano appartenuto al bisnonno Schianti (ci sono le sue iniziali, U.B., Uriberto Schianti), di lino, un tempo forse candido, ma reso dagli anni e dalle tracce di ruggine di un azzaccatissimo color sabbia-di-Betlemme. Eliminati i fili pelosi scintillanti e deposto sotto i personaggi il vetusto cencio, si può passare all’albero.


E qui la fase di progettazione procede molto più spedita: le luci colorate abituali non funzionano oppure mancano della spina (non si sa perché sia stata tagliata via, forse per sfogare istinti violenti?), sono disponibili solo due set di lampadine di grandezze diverse. Tutte rosse. Ma non rosso Natale, rosso luci-rosse.

Ed ecco come casa Schianti si è trovata ad avere un presepe-centro di accoglienza gayfriendly accanto ad un albero a luci rosse.

Ma forse volete delle prove più tangibili e generalizzate della diffusione della morte (se mai c’è stata una nascita) dello spirito natalizio; vi dico solo questo:
-         I cinepanettoni sempre più spesso sono ambientati a Cortina (località scelta già parecchie volte: non hanno più voglia nemmeno loro, i produttori cinematografici, di trovare un posto esotico dove esportare l’atmosfera natalizia)
-         Nello spot natalizio di Grand Soleil dell’anno scorso (vedi link sotto) veniva annunciato che nella confezione di sorbetto era incluso anche il “pinetto di finissimo cioccolato”. Quando lo sanno anche i muri che l’albero di natale è un abete.

lunedì 5 settembre 2011

Google's Doodles


Questo è il Doodle  ( i doodle sono versioni modificate del logo di Google che vengono visualizzate sulla home page di Google in occasione di particolari eventi - per esempio l'inizio della primavera - o negli anniversari di importanti personaggi come grandi scienziati o artisti, di invenzioni e scoperte scientifiche) di oggi, celebrante il 65° anniversario della nascita di Freddie Mercury (all'anagrafe Farrokh Bulsara), cioè quello che sarebbe stato il suo 65° compleanno se non fosse morto il 24 novembre 1991 in seguito alle complicazioni di una broncopolmonite dovuta all'AIDS.

Dopo questo preambolo fin troppo didascalico per i miei gusti, la cosa che volevo dire è:
questa animazione mi ha lasciato allibita. Prima perché mi sembrava un po' kitch; dopo perchè dal pezzo con la tigre in poi ha raggiunto vette di assurdità che mi hanno lasciata estasiata.
Ciò ha confermato che non sono l'unica al mondo a produrre assurdità sul web per puro scopo... quale scopo? (anche se so che i progettatori di doodles vengono ovviamente pagati - e sospetto anche bene - per il loro lavoro).

Secondo punto, domanda che sorge a freddo: va bene che Google voglia pubblicizzare la sua bravura con le tecniche di animazione più recenti nonché ingraziarsi la masnada dei fan di Freddie Mercury, però vi sembra giusto che per Freddie Mercury mettano su tutto questo popò di animazione di più di un minuto e mezzo completa di musica, bestie, acrobazie da Supermario e megaconcerto della band?? Voglio dire, per gli altri sfigatelli qualunque ( leggi: Andy WarholAlbert EinsteinLeonardo da VinciRabindranath TagoreLouis BraillePercival LowellEdvard MunchNikola TeslaBéla BartókRené MagritteMichael JacksonAkira KurosawaH. G. WellsSamuel MorseHans Christian ØrstedLes PaulFernando PessoaEmile BerlinerMartha Graham,Mohandas GandhiAntonio Vivaldi e Jules Verne - nonché l'azienda stessa, ma lì era un fatto di falsa modestia) si sono limitati a dei disegnini - bellini, per carità - ma sempre disegnini; al massimo si sono sprecati per l'eclissi di luna del 15 giugno scorso con il doodle che al passaggio del mouse riproduceva l'eclissi, o con quello per ricordare il 96° anniversario della nascita di Les Paul, inventore della chitarra Gibson, con cui si potevano strimpellare le corde di una chitarra (astratta), o con quello per il 30° compleanno di Pacman, ma poi nulla.

D'altra parte è anche probabilmente vero che Gandhi non abbia mai fatto un megaconcerto o che Einstein non abbia eseguito numeri da circo in costumi bizzarri (ma non si può mai sapere);    però non possono certo dire di non avere abbastanza materiale per mettere su animazioni interessanti sugli illustri personaggi sopra citati.
Prendiamo Louis Braille, l'inventore dell'omonimo alfabeto per non vedenti: rimase cieco perché si sparò nell'occhio sinistro. Col fucile di suo padre. All'età di 3 anni. Poi l'infezione gli rese cieco anche l'occhio destro. A 10 anni vinse una borsa di studio. All' Istituto per giovani ciechi, per diventare impagliatore di sedie (cosa che non voleva fare), dove veniva maltrattato dal personale. Ecco, mi sembra che ci sia materiale sufficiente per un'animazione, no? Magari sottolineando i dettagli artisticamente più interessanti, come l'emorragia dovuta all'accecamento o i maltrattamenti del personale dell'Istituto (riesco ad immaginarmeli mentre percuotono i giovani allievi con le sedie che essi si rifiutano di impagliare).

Prima o poi farò pervenire all'ufficio creativo di Google i miei suggerimenti per i doodles (a proposito, prima di scrivere questo post non immaginavo che quei cosi avessero un nome). Intanto mi accontenterò del piacere di scoprire ogni volta qual è l'evento celebrato cliccandoci sopra.

giovedì 1 settembre 2011

Volo pindarico su Braveheart


Realizzare che Mel Gibson (pardon, William Wallace) in Braveheart con i lunghi capelli incrostati del sangue di tutti i soldati dell'esercito inglese che ha scannato in quasi 3 ore di film (ed erano tanti, visto che il re inglese Edoardo I Plantageneto – che, va detto, è proprio un cattivo perfido come si deve – manda contro gli Scozzesi – adorabili nei loro kilt con le gambine nude – armate su armate che fa arrivare da mezzo mondo) ha i capelli più pettinati ed in ordine di me appena uscita dalla doccia è una cosa che fa riflettere. Forse dovrei provare, come ha fatto William-Mel, a dipingermi la faccia a strisce verticali azzurre, sarebbe un ottimo diversivo per distogliere l’attenzione dalla chioma incolta o almeno per essere coerente con il look “patriota e futuro eroe nazionale scozzese del XIII secolo”.

Che (concedetemi qui un che del tutto spontaneo)  poi su Wikipedia c’è scritto che la biografia dell’eroe William Wallace è riportata nelle cronache medievali di un certo Enrico il Cieco. Ora, certamente Mel Gibson (che oltre ad attore protagonista è anche regista del film) avrà consultato fonti storiche attendibili per ricreare i costumi e l’aspetto in generale dei personaggi (il film ha anche meritato un sacco di oscar e di nomination per il trucco e i costumi); allora sicuramente sarà stato fatto riferimento alla biografia di Enrico il Cieco: ma quest’ultimo, essendo per l’appunto cieco, come avrebbe potuto sapere che l’eroe si dipingeva la faccia a strisce azzurre verticali? Ci sono due possibili risposte:
a)      tingersi la faccia a strisce azzurre era un uso tipico degli Scozzesi quando andavano in guerra, quindi il nostro Enrico, pur non potendolo vedere, avrà supposto che fosse così conciato. Ma allora perché tutti gli altri guerrieri non avevano la faccia dipinta (nel film, che come abbiamo detto ha sicuramente fatto riferimento alle attendibili fonti storiche di cui sopra)?
b)      Qualcuno che ci vedeva avrà riferito dell’inusuale makeup del patriota al biografo, che l’avrà fedelmente riportato nella sua opera (che sarebbe poi stata consultata per il film). Ma se così fosse, allora ciò vorrebbe dire che tingersi la faccia a strisce azzurre verticali (per di più di spessore irregolare) era una cosa bislacca anche nell’ambiente dei sanguinari eroi nazionali scozzesi del XIII secolo.

Conclusione: Il buon William, consapevole del fatto che stava diventando una celebrità del suo tempo e – con un po’ di fortuna, se fosse stato interpretato da un attore belloccio – anche di molti secoli a venire, si rese conto che curare la sua immagine diveniva ormai di importanza sempre più primaria. Occorrevano misure urgenti, e poiché disgraziatamente nessun salone Jean Louis David aveva ancora aperto in Scozia (e William non voleva certo affidare la sua chioma fluente ad uno scozzese, che,  per definizione, non si era mai tagliato i capelli in vita sua e dunque non avrebbe nemmeno saputo tagliarli ad altri) decise di puntare il tutto e per tutto sul makeup: scelse un look d’impatto, ma senza rinunciare al buon gusto (la tonalità di azzurro si intonava perfettamente a quella dei suoi occhi) e completò il tutto con due piccole treccine laterali che gli valorizzavano le orecchie.

Ecco, dopo circa 7 secoli scopriamo che William Wallace non fu soltanto un eroico patriota, ma anche un uomo capace di arrangiarsi con ciò che aveva (un McGyver ante litteram, insomma), un lungimirante imprenditore di sé stesso, ma soprattutto un geniale trend setter (colpito, anche se ciò purtroppo non è stato ancora dimostrato, da almeno un episodio di plagio: “…mi dipingevo la faccia e le mani di blu..” potrebbe non essere una fortuita coincidenza).

venerdì 20 maggio 2011

Scrivo questo post per riabilitare Kierkegaard: anche lui aveva le sue buoni ragioni

Søren Aabye Kierkegaard è spesso considerato dagli studenti liceali di filosofia (amanti della materia e non) un filosofo pesante, una lagna, è universalmente conosciuto come "il depresso-disperato" del programma di filosofia dell'ultimo anno; su wikipedia si trova scritto su di lui:


  • Fu l'ultimo di sette fratelli, cinque dei quali morirono quando lui era ancora ventenne. Dagli anziani genitori ricevette una rigida educazione pietista, improntata al pessimismo. La tragedia dei fratelli e l'educazione ricevuta fecero di Kierkegaard un uomo triste e depresso:
  • Fu educato dal padre anziano – che gli inculcò l'ossessione del peccato – in un'atmosfera di severa religiosità. Kierkegaard arrivò addirittura a pensarsi soggetto a una maledizione divina, per una imprecisata "grave colpa" commessa in passato da suo padre. Infatti, la morte prematura della moglie e di cinque dei suoi sette figli, avevano convinto il padre di Kierkegaard che egli aveva attirato su di sé l'ira divina. Forse, la colpa del padre era stata quella di aver maledetto Dio ad undici anni per la sua iniziale povertà di pastorello; o forse tale colpa fu l’aver sedotto la domestica (poi madre del filosofo) pochi mesi dopo la morte della sua prima moglie.  
  • Si fidanzò con la diciottenne Regina (Regine) Olsen ma, dopo circa un anno, ruppe il fidanzamento. Forse Kierkegaard era attirato da una vocazione di consacrazione religiosa, o forse non voleva ingannare la ragazza, avendo il timore ossessivo che la maledizione divina potesse gravare anche sulla famiglia che egli avrebbe formato insieme a lei. Regina Olsen si disse pronta a tutto pur di sposarlo, ma Kierkegaard fece il possibile per apparirle disgustoso, in modo che cadesse su di lui la colpa della rottura del fidanzamento, che peraltro gli procurò rimpianto per tutta la vita. 
  • Su "Il corsaro", Kierkegaard apparve più volte ritratto in maligne caricature e fu aspramente preso in giro. Il filosofo ne rimase profondamente amareggiato. 
Il suo pensiero filosofico ha in qualche modo dato impulso all'esistenzialismo, soprattutto quello religioso, (se volete sapere cos'è, googlate, io di certo non lo so spiegare); insomma il nostro Søren ha passato la vita a arrovellarsi su possibilità, angoscia, disperazione, che secondo lui sono le uniche cose che l'uomo può sperimentare.
Tra l'altro, il suo nome corrisponde all' italiano "Severino", quindi cosa vi aspettereste? (Anche qui si sente il peso dei genitori..)

Insomma, dopo tutte queste cose appena dette verrebbe da pensare: "Tutti dicono che è una lagna, ma a vedere bene la sua vita..... hanno pienamente ragione, anche se certo aveva i suoi motivi".
E invece no.

No, perché il nostro Severino, oltre aver scritto opere dai titoli spassosi - superati solo da quelli di Nietzsche -  quali "Timore e tremore"  e "Aut aut" (in danese, lingua originale, "Enter Ellen" che sembra il nome del corrispettivo locale dell' Enterogermina) , ha descritto  le tre tipologie di vita (estetica, etica, religiosa) rallegrando le nostre ore di lezione di filosofia con la storia del seduttore, del Don Giovanni, dell' esteta (personaggio al quale fa leggere tre saggi, di cui uno si chiama "Il più infelice" e tratta di stabilire chi merita di essere definito più infelice di chiunque altro, per di più in una specie di club o compagnia della morte chiamato Symparanekromenoi).

 E non è tutto: sentite cosa scriveva nel suo "Diario" il caro Søren... "Io stupido hegeliano!", cioè è  stato il primo che ha ammesso di aver capito che le menate di Hegel sulla dialettica dello Spirito Assoluto erano tutte fregnacce, al massimo il caro Georg Wilhelm Friedrich poteva usarle per scrivere una saga sulle avventure dell' Assoluto in 9 volumi (3+3+3), diventare il caso editoriale del secolo e farci i soldi a palate.

Ma non è tutto. Quell'uomo, seppur infelice, era geniale. "La pigrizia, ben lontana dall'essere la fonte di ogni male, è invece l'unico vero bene".
Urrah per Søren Aabye!


giovedì 19 maggio 2011

Coltivare le connessioni - personal response (Assignment 3)

Le famose 60 pagine (che in realtà erano 59) le ho lette, le ho lette da qualche settimana, a puntate, e le ho lasciate lì a fermentare, sobbollire e gorgogliare per  vedere se dopo un po’ ne usciva un “personal response” decente.
Alla fine ho deciso di scrivere quello che penso delle idee espresse in “Coltivare le connessioni” se non in ordine logico almeno in ordine cronologico rispetto a come sono esposte nel pamphlet. Ho decisamente scritto troppo (e probabilmente non in modo efficace), ma ho diviso in paragrafi così che nella lettura si può saltare da un argomento all’altro.

“E’ indubbio che viviamo in un epoca di grandi mutazioni ma sarebbe un errore ritenere queste una novità senza precedenti che turbano e sconvolgono una condizione di equilibrio, e che forse avremmo potuto evitare o cambiare se avessimo agito in un modo diverso”. Sono d’accordo; secondo me probabilmente le mutazioni avvenute per esempio negli ultimi 50 anni possono sembrare un cumulo di novità, in parte negative, che avremmo potuto evitare tenendo un comportamento diverso, ma questo solo perché sono state accompagnate da un progresso tecnologico molto rapido rispetto ad altri momenti storici, che forse ha fatto sì che le generazioni coinvolte in tali cambiamenti si sentissero travolte da un fiume in piena e incapaci di opporre resistenza. Ma perché cambiare comportamento, opporsi, prima ancora di sapere se il cambiamento produrrà conseguenze positive o negative? Il cambiamento è inevitabile, è parte di tutto e di tutti, ne è la base: l’unica cosa da fare è in parte assecondarlo, in parte guidarlo, incanalarlo verso qualcosa che sia coerente con i nostri ideali, non lasciare passivamente che degeneri in qualcosa di distruttivo anziché costruttivo.

Reti. L’approccio olistico afferma, in sintesi, che il tutto è qualcosa di più della mera somma delle parti: questo è proprio ciò che si vede in una rete; se ogni nodo della rete fosse autosufficiente, se non fosse una tessera di un mosaico non avrebbe senso parlare di rete. Un altro passaggio che mi ha colpito è stata le definizione di internet come “living network”, una rete che ha capacità autogenerative, le cui funzioni vengono sviluppate grazie alle caratteristiche della rete stessa, viva perché costituita da una comunità umana. Bene, tutto questo secondo me è riassunto in un episodio accaduto il mese scorso, riportato dai giornali. Una commessa accumula ore di straordinario e richiede regolarmente alla titolare del negozio di essere pagata, ma questa la licenzia e la picchia per quasi un’ora sotto gli occhi delle altre dipendenti (certa che avranno troppa paura per riferire cosa sta succedendo); la ragazza si rivolge a “Le Iene”, che manda in onda un servizio su questo caso, e sull’onda della trasmissione nasce un gruppo facebook di sostenitori alla ragazza; ma è a questo punto che avviene, a mio parere, la svolta: un sabato pomeriggio, un certo numero di utenti facebook spenge il computer, si alza e va a piazzarsi davanti al negozio per protestare. Se ciò è avvenuto, significa che dietro agli schermi, ai nodi della rete che è internet, ci sono delle persone e che tanti nodi hanno fatto ciò che un nodo solo (la ragazza) non poteva fare.

Poi c’è la questione della massa: in rete viene riversata un enorme quantità di materiale, per esempio riguardante l’informazione, e questo viene ritenuto sinonimo di bassa qualità. E’ vero, su internet si trovano tante stupidaggini, inesattezze, ecc.; ma a ben guardare quello che fa storcere il naso è la possibilità di avere di fronte un mare magnum di “input”, impulsi, spunti, e di “output”, il risultato della rielaborazione degli stimoli, per destreggiarsi nei quali è necessario l’esercizio del senso critico, cosa che richiede uno sforzo superiore rispetto a sedersi davanti alla tv e lasciarsi inondare dalle notizie selezionate e “impacchettate” dai telegiornali o da chiunque decida quali notizie, quanto approfondite e da quali fonti  mi va di conoscere.
Come sostiene -tra gli altri-  Al Gore (Festival del Giornalismo di Perugia, 2010), internet accoglie e amplifica un dinamismo dell’informazione, della circolazione di idee, che secondo me è insito nella natura stessa dell’informazione: non c’è uno che parla e tutti che ascoltano, ci sono tutti che parlano e tutti che ascoltano ( e questo “tutti” può essere chiunque, perché i mezzi e la capacità necessari sono “a buon mercato”).

Le cose vive. La perdita di sensibilità verso le cose vive di cui si parla nel testo per me è assolutamente tangibile. Non solo si ignorano le nozioni minime e spesso intuitive sulla vita di piante e animali a meno che non si faccia un lavoro direttamente collegato, ma non si sa più come trattare con le persone, che in fin dei conti “funzionano” come noi, non è che fanno la sintesi clorofilliana o muggiscono, non ci dovrebbe essere (in generale) un manuale d’uso su come avere a che fare con gli altri umani.
E invece occorrono corsi aziendali su come comunicare un licenziamento, una diagnosi infausta o brutte notizie in genere, “lezioni di empatia”che non espongono tanto teorie psicologiche avanzatissime, ma atteggiamenti suggeriti dal buon senso.
Per non parlare della reazione della gente al movimento Free Hugs: offrire abbracci gratuiti per la strada sembra solo sintomo di stravaganza o egocentrismo, alla domanda “E’ gratis, lo vuole un abbraccio?” chiunque si irrigidisce e alcuni rispondono “Non voglio nulla/non firmo nulla/ non vi do soldi”; poi dopo che sono stati abbracciati tirano un sospiro, sorridono e mentre se ne vanno si girano addirittura a sbirciare chi li ha abbracciati.
Concordo con l’ affermazione che il sapere riguardante la comunicazione con le cose vive in generale si sia estinto in poche generazioni; è stato un evento concomitante con l’incremento della scolarizzazione e l’atomizzazione della società, ma queste secondo me non possono essere le uniche cause.  Certo è che la comunicazione con le cose vive, l’alleanza con la natura, come tutte le comunicazioni richiede un dialogo, e il dialogo non è che abbondi nell’ambiente scolastico: si punta a comprimere in sintesi la maggior parte di quelle conoscenze ritenute indispensabili e a trasferirle nella mente degli studenti; e siccome le cose sono tante, le si descrivono in teoria (la pratica comporta perdita di tempo, impegno da parte dell’insegnante, scartoffie, inconvenienti) e le si presentano secondo un paradigma unico per tutti, chi non è rapido a vedere le cose come le presenta l’insegnante si arrangi. Ovviamente da questo compendio di “cose-che-se-non-le-sai-chissà-dove-andrai-a-finire” sono escluse le conoscenze di base del mondo agricolo, rurale, dell’artigianato: secondo me semplicemente perché quando questa cernita di argomenti da insegnare è iniziata gli studenti erano figli di contadini o artigiani, quindi che senso aveva ripetere loro ciò che vedevano fare ogni giorno ai genitori? Ecco, dopo decenni, quando queste conoscenze non sono più scontate, ci troviamo a“cercare in forme proposizionali, somministrate da una cattedra e pagate un certo prezzo conoscenze che prima erano respirate nella comunità”.
Ciò che ho detto finora mi sembra ricadere sotto due delle sue metafore in particolare, la madre e il bosco. La madre rappresenta bene la perdita di conoscenza implicita di come intrattenere relazioni con la cosa viva: per esempio si vedono per la strada neomamme che tengono in braccio i loro figli di pochi mesi con la testina ciondolante da un lato o in avanti, segno che forse le loro stesse madri/nonne/ ecc., insomma le loro famiglie,  non hanno mai detto loro di sorreggere la testa dei neonati; però se è vero che le conoscenze basilari sono state perse, è anche vero che possono venir passati nozioni o atteggiamenti sbagliati o superati, per questo sono a mio parere importanti i corsi per futuri genitori.
Il bosco riassume la tendenza al disorientamento di fronte a ciò che non è schematico, al caos, il bisogno ossessivo di limiti (vedi sopra quando dicevo che si ha paura del vasto mare di informazioni di internet).
D’altra parte, si è abituati ad avere un unico immutabile punto di vista proprio dalla scuola (qui, professore, devo dargliene atto), dal modo in cui presenta le conoscenze. L’elasticità mentale è in via d’estinzione, ovvero “studiare e fare carriera nuoce gravemente alla capacità di adattamento”.


Personal (Learning) Enviroment. La scuola propone un canale unico di comunicazione con gli studenti, costituito dall’insegnante che somministra alle teste più o meno interessate e presenti degli allievi una realtà per forza di cose parziale, esigendo che tale versione delle nozioni sia assimilata e ripresentata nella stessa forma dallo studente nelle occasioni stabilite. Un unico canale, un unico schema, un unico punto di vista sull’argomento, un unico metodo di assegnare voti.
A costo di essere ripetitiva, ripeterò ciò che penso: è più facile, meno faticoso, più rapido, più efficace sul breve termine ridurre una complesso di cose intrecciate ad unica variabile. Quindi si propone un learning enviroment impersonale ed unico per tutti, non importa se lo studente ripete un tot di cose imparate a memoria ma non ha capito di cosa si parla e di lì a poco rimuove il tutto.
La proposta è dunque che la scuola insegni a trasformare il proprio personal enviroment nel proprio personal learning enviroment; ottima proposta, ma un cambiamento di paradigma così radicale richiede uno stravolgimento della formazione degli insegnanti stessi (delle nuove generazioni di insegnanti): chi formerà i nuovi insegnanti (a loro volta formati da piccoli dalla “vecchia istruzione”)? Gli insegnanti degli insegnanti (ancora più impelagati nella “vecchia istruzione”)?? E chi dice che la classe insegnante in toto sarebbe d’accordo nel compiere un tale sforzo per rivoluzionare il proprio modo di operare?
Credo che un cambiamento del genere sia destinato a partire dal singolo, ma se il singolo insegnante è inserito in un contesto educativo del vecchio paradigma la sua “rivoluzione” non avrà un destino roseo. In definitiva, concordo con Shanniefancy (pag. 53): Quello che voglio dire è che credo che non vivrò abbastanza per vedere  i principi della PLE applicati nella vita reale. Ciò ovviamente non vuol dire abbattersi, però in qualche modo, almeno per il momento, si rimane sempre incatenati a quel vecchio sistema che ci imprigiona, che ostacola lo sviluppo delle nostre personali attitudini”.
Concludo con una nota di ottimismo, anch’io ho dei punti di riferimento che credo potranno dare forza al cambiamento: tra questi Patch Adams e Al Gore.

lunedì 18 aprile 2011

DotSub - Video sottotitolato: "Lo studente di Medicina alle prese con Anatomia I"

Ho raccolto con l'interesse l'invito del professore a dare un'occhiata a DotSub... e ovviamente ho trasformato questa occasione di apprendimento in qualcosa di poco serio. Spero che mi perdonerete. :)

http://dotsub.com/view/75f8d3f1-0434-481f-b4e5-5cbd3fa2c5b8

giovedì 14 aprile 2011

5 Personaggi in cerca di pace

Ecco una breve storia, un potenziale brandello di vita di chiunque, che mi è stata ispirata dalla lettura dei commenti al post "La fisicità del cyberspazio"del prof sul suo blog... Preciso che, in effetti, non ha nulla a che fare con gli argomenti trattati in tali commenti: le cose che ho letto hanno solo evocato nel guazzabuglio delle mia testa 5 personaggi in cerca di pace..in viale Morgagni.



Dedicato a tutti coloro che ogni mattina affrontano per recarsi a scuola, all'università, al lavoro o dove gli pare un'odissea degna di essere cantata in un poema di migliaia di versi in esametri dattilici. Per ora, nonostante la mia profonda simpatia per l'esametro dattilico, mi limito a questo.


Una mattina qualunque di una qualunque giornata indefinita, uno di quei giorni che sembrano tutti uguali, in cui non c'è il sole e non piove. Insomma, alquanto insignificante.
Viale Morgagni.

Matteo, 10 anni, gli occhi abbottonati dal sonno, alle spalle un sogno (in cui volava su un potentissimo jet sopra il Tirreno) lasciato troppo presto a metà nel letto caldo e davanti a sé una terrificante giornata di scuola di quinta elementare comprendente la più terribile interrogazione di geografia della storia.
Pedala ansimando sulla sua bici azzurra verso la scuola elementare all'angolo tra viale Morgagni e via Dino del Garbo; sua madre stamattina (come tutte le mattine, del resto) lo ha liquidato con una merendina confezionata (senza grassi idrogenati, ci mancherebbe!) e lo ha guardato sparire dietro l'angolo in sella alla sua bicicletta, chiedendosi se suo figlio sarebbe mai riuscito a liberarsi di quel salvagente di ciccia pedalando fino a scuola: stanno solo a 1 km di distanza, e un po' di moto fa sempre bene.

VickyLove_91 fa lo slalom con il motorino tra la fila di macchine ferme al semaforo, piazzandosi quasi in pole position, accanto ad un autobus; non capisce come facciano tanti suoi coetanei ad andare all'università in autobus, la mattina è un delirio... . Stamattina si è svegliata tardi, si è infilata l'applicatore del mascara in un occhio (che le brucia ancora dietro la visiera del casco) ed ha meno voglia del solito di raggiungere l'aula del Polo Biomedico dove dovrà sorbirsi almeno 4 ore filate di roba incomprensibile. Che palle.

Il conducente dell'autobus R - il famigerato mezzo di trasporto che traghetta gli studenti universitari da e per la stazione di Rifredi - si sente un po' Caronte: i suoi passeggeri hanno tutti una brutta cera. Studenti assonnati e distratti, lavoratori annoiati, vecchiette onnipresenti su qualunque autobus a qualunque ora. Tutti sembrano già con un piede nella fossa e pronti per essere traghettati al di là dello Stige.
Anche lui, a pensarci bene, non sta una meraviglia: tutte le mattine la stessa storia, tutti i giorni lamentele dai passeggeri perché "questi benedetti cosi non passano mai in orario..saltano le corse, addirittura!", come se fosse colpa sua; e poi i turni impossibili, il mal di schiena, sua moglie, il carovita... Sospira mentre aspetta che il semaforo diventi verde.

Franco è irritato. Sta facendo tardi, come al solito. Solo perché questo maledetto semaforo di viale Morgagni non diventa verde, sia ben chiaro. Ha il piede destro sull'acceleratore, pronto a sgassare non appena scatta il verde. Alla sua destra, un autobus..che numero è? "R". Che assurdità, quando lo prendeva lui l'autobus, da ragazzino, c'erano i numeri, mica le lettere..!

Clarissa, 79 anni, è vicina all'edicola davanti alla scuola elementare, deve attraversare il viale per andare alla Asl; l'occhio le cade sulla civetta: i titoli parlano solo di brutte cose successe probabilmente a gente perbene, allora mentre inizia ad attraversare le strisce gira lo sguardo..che bella ragazza quella sul motorino, avrà al massimo 20 anni..eh, quando ce li avevo io, vent'anni..!

Scatta il verde.
Franco preme con decisione sull'acceleratore, tanto che l'auto sgomma stridendo, e gira a sinistra in via Santo Stefano in Pane.
Il conducente dell' R pensa allibito mentre riparte: "Oh, ma guarda di prima mattina questo creti.." - Clarissa è ancora sulle strisce, il fatto che il semaforo dei pedoni sia rosso non sembra tangerla minimamente (d'altra parte è daltonica da tutta la vita e la cosa non l'ha mai scossa più di tanto), sta ancora pensando a come si divertiva 60 anni prima...
Il conducente dell' R frena bruscamente, molti studenti assonnati che non si stavano reggendo saldamente finiscono gli uni addosso agli altri... ma la vecchietta intrepida è salva. Per un pelo, ma ce l'ha fatta.
Non che la signora sembri averci fatto caso: forse alla sua età è sorda, ci vede poco, o è semplicemente rincoglionita.

Nel frattempo VickyLove_91, che aspettava il verde appiccicata alla fiancata destra dell'autobus, una volta partita rischia di andare a sbattere contro il bus - che ha appena inchiodato per colpa di qualche pedone idiota - e sterza bruscamente a destra.
Ma proprio in quel momento da via Dino del garbo sbuca Matteo in bicicletta e viene travolto in pieno da VickyLove_91. I due finiscono brutalmente in terra.
VickyLove_91 si è solo sbucciata un po' la mano destra, Matteo invece nota con somma gioia che il suo braccio sinistro ha un' angolazione strana e gli fa così male che non riesce a muoverlo.
Ottimo, ce n'è abbastanza per far venire la mamma e saltare quell'odiosa interrogazione di geografia.
Dopotutto questa mattinata poteva andare peggio.

lunedì 4 aprile 2011

Assignment 4: social bookmarking

Dunque... le mie impressioni sul social bookmarking: senza dubbio è una cosa utile, anche se personalmente credo di non poterne apprezzare appieno le potenzialità perché non penso di aver veramente bisogno di sfruttarle. Nel senso che non  ho tantissimi preferiti, quindi la funzione di mettere ordine del social bookmarking è  relativamente indispensabile nel mio caso: trovo invece promettente la caratteristica di essere "social" cioè di poter condividere i propri bookmarks (anche se ancora non so se e come la sfrutterò).

Premesso tutto ciò, imparare a conoscere ed usare Delicious mi è servito da palestra per aggeggiare cose nuove e ci ho messo un po' più di quanto avrei pensato a mettere a punto alcune cose: per esempio, al momento dell'iscrizione - non so se per una mia negligenza o per altro motivo- non mi si è installato il pulsante "tag" per aggiungere bookmarks velocemente (quindi per i primi bookmarks ho usato il vecchio e sempre efficace metodo del copia-e-incolla con gli URL), ma ho risolto cliccando su "tools" ed il resto è andato tutto liscio; più spinosa la questione dell'importare i preferiti dal browser (io uso Google Chrome, ma mi è riuscito importarli solo da Internet Explorer), perché sto ancora aspettando che vengano importati (sul sito c'è scritto che arriva una mail di conferma e che ci può volere anche un giorno, quindi aspetto prima di impanicarmi :) ).

Boh, a questo punto credo di aver detto tutto quello che avevo da dire sul social bookmarking.
Passo e chiudo.

sabato 2 aprile 2011

Le (4) fatiche di Ercole

Come potete vedere, mi sono impegnata ad addobbare un po' questo blog (per adombrare la cronica assenza di contenuti??) e la cosa, come al solito, ha richiesto un bel po' di ingegno da parte mia.
Ecco l'interminabile lista di cose che ho fatto per il bene del blog:

1) ho aggiunto una serie di proverbi (che tenterò di aggiornare il più spesso possibile, lo giuro) - non si tratta di proverbi comuni, sono proverbi che quando sei alle perse e credi di aver toccato il fondo, a sentirli capisci che non è così: al peggio non c'è mai fine;

2) sono riuscita a postare un paio di video, così per provare - ho usato due canzoni che mi piacciono a lot, sentitevi liberi di darci un occhio e un orecchio;

3) ho capito (quasi) l'importanza di mettere un orologio sul proprio blog (in realtà sono stata costretta dalla mia assistente ipertecnologica, visto che io sono allergica a questi congegni): quindi vi prego di stupirvi e strabiliarvi della straordinaria genialità del Ball clock che potete ammirare qui a lato (a questo punto vi concedo un po' di tempo - diciamo 30 secondi - per capire come funziona);

4) last-but-not-least, con grande magnanimità ho adottato dei poveri pinguini alquanto problematici (vedi widget in fondo): sembrano soffrire di una forma di Corea minor (altrimenti detto "Ballo di San Vito") o forse pesticciano in questa maniera per motivi personali che non mi è dato di sapere.

Vale atque vale

giovedì 10 marzo 2011

L'inizio dell'inizio

"Chi ben comincia è a metà dell'opera". Mai sentito dire? Io ci ho sempre creduto il giusto, ma d'altra parte bisognerà pur incominciare (e possibilmente prima di mezzanotte, perché oggi è giovedì, ed è arcinoto che "né di venere né di marte non si arriva né si parte né si dà inizio all'arte"). E da cosa cominciare se non dal nome? Tutto comincia con un nome, ovvio, come fai a iniziare una cosa se non sai cos'è, se non le dai, appunto, un nome. Oddio, ora che ci penso ci sono un sacco di cose che non cominciano con un nome, per esempio tutti i temi di italiano che ho fatto alle superiori: il titolo lo scrivevo negli ultimi 5 secondi, nemmeno 5 minuti, alla velocità della luce, storpiando tutte le lettere e sbavando l'inchiostro, nemmeno scrivessi con penna e calamaio invece che con la biro. Ma soprassediamo.
Insomma, dicevo, un nome. Ovviamente quando hai bisogno di un' idea non te ne viene in mente nessuna; le idee sono come quantizzate, o zero o mille - niente vie di mezzo.
Allora, vista la carestia di idee, mi sono affidata alla rete e, come per magia, Google mi hai servito su un piatto d'argento (cioè come primo link dei 698.000 e rotti visualizzati) un sito di psicologia che spiegava come dare un nome al proprio blog: tanti discorsi, ma idee zero (poi, vedendo che gli altri articoli del sito erano intitolati " Natale e disturbi mentali" e "Educazione fa rima con schiaffoni?" ho deciso di lasciar perdere definitivamente).
Primo barlume di idea: trarre ispirazione da una canzone, un libro, un film..insomma da qualcuno che avesse già avuto almeno uno straccio di idea decente. Ottimo, mi viene subito in mente il titolo di una canzone, ma non so né dove/come/quando l'ho sentita né di cosa parli... cerco il titolo, "The fields of Athenry", su Google: la canzone parla della grande carestia irlandese, di un uomo che ha rubato del cibo per la sua famiglia e che è stato arrestato e condannato e se ne sta andando su una nave-prigione. Un grosso, enorme buco nell'acqua.
Alla fine, però, dopo mille peripezie un titolo l'ho trovato: "senza ali e senza rete" sono parole de "La donna cannone" di De Gregori che mi sono sempre piaciute.
A questo punto, sorge spontanea la domanda: ma di cosa parla questo blog (oltre alla genesi del suo nome)?
Ancora non lo so, ci penso e poi lo faccio sapere al mondo. Prometto di impegnarmi nel pensare a qualcosa di decente. Intanto sarà merito di una fortunata coincidenza astrale se riuscirò a pubblicare questo post.
Perché, ne sono sicura, quel tasto per l' autodistruzione esiste. E devo riuscire a scansarlo. :)