Dopo "Un pesce di nome Wanda" - commedia da homevideo ("make it a blockbuster night") dei bei tempi in cui esistevano ancora commedie da homevideo prive del solito diversamente belloccione imbranato e goffo che alla fine conquista la Barbie di turno - un Maiale di nome Lazzaro. Che però sarà un film drammatico. Muto. In bianco e nero (o al massimo in seppia) con un solo elemento colorato che appare in poche scene e mai a caso, come in "Schindler's list". E sarà codiretto da Steven Spielberg, Martin Scorzese, Francis Ford Coppola, oltre che da me, naturalmente (avrò tutti i diritti e mi accontenterò dell' 85% degli incassi e di esporre nel mio salotto solo la metà dei premi che riceverà, primo perché i soprammobili prendono un sacco di polvere e secondo perché dopo che avrò allineato sulla stessa mensola il Leone d'Oro di Venezia e l'Orso d' Argento di Berlino più che un salotto sembrerà il set di un safari; noterete che non ho parlato di Golden Globe o di Oscar: questi premi scontati e banali se li terranno nei rispettivi salotti i sopracitati coregisti).
Ma cosa mi ha fornito l'illuminazione per questo futuro capolavoro?
Antefatto: circa dieci giorni or sono, invitata ad una cena di compleanno semiformale in un posto mediamente chic, sono stata esortata (più che altro per evadere dal silenzio deprimente che incombeva sul tavolo dove eravamo stati piazzati noi invitati imbarazzanti, chiamati a partecipare solo per dovere e per elagire il regalo alla festeggiata) dall'unico individuo più giovane di me a sedere al tavolo a raccontare della mia recente esperienza di dissezione su cadavere (o meglio, studio dell'anatomia, visto che, come ho ripetuto decine di volte, il cadavere era già stato aperto e tagliato quando l'ho visto io). Nonostante la domanda fosse stata posta evidentemente solo per penuria di temi di conversazione, l' argomento era dei più interessanti, o almeno meno trito dei consueti maltempo-malanni stagionali- carovita (con doverosa appendice sul prezzo della benzina)/tasse- saldi nei negozi di abbigliamento e meno soporifero delle interminabili tirate sul bosone di Higgs che a volte capitano quando becchi un logorroico specialista del settore o - ancora peggio - un logorroico tuttologo.
Avevo iniziato a descrivere che esperienza costruttiva (anche se in realtà il cadavere veniva più che altro smontato, quella che si costruiva era la conoscenza) e meravigliosa a livello personale fosse stata, che mi è stato detto (ad onor del vero non da chi aveva posto la domanda) di cambiare immediatamente argomento di conversazione, perché non stava bene, non sia mai che qualcuno resti turbato da un racconto avvincente e ricco di energia e partecipazione.
Fatto: qualche giorno dopo, in un contesto meno formale ma pur sempre ad una cena con commensali variegati per età, sesso, ecc., ho affrontato un pasto condito (per fortuna sul finale) da spiegazioni dettagliate su come uccidere nel modo più efficace animali di varie specie.
Appena prima del dolce ha esordito la festeggiata, raccontando di come in età adolescenziale, essendo figlia di contadini, nel provare ad uccidere la sua prima anatra (un maschio, bello grosso e forte, tant'è vero che la riempì di colpi con le ali) strappò di netto il collo al pennuto (addio collo ripieno, commentò la madre disperata) perché tentò di tirarglielo usando, come aveva visto fare, un'apposita tavoletta messa di taglio sul collo dell'animale, che invece nella foga della lotta si rivelò una specie di ghigliottina poco affilata.
A questo punto la madre della festeggiata, per dimostrare che era solo la figlia che non sapeva ammazzare le bestie come di deve, si è messa a descrivere (parlando un inquietante mezzo dialetto aretino), con dovizia di particolari e accompagnandosi con i gesti, l'esatto movimento per tirare il collo ai polli e alle galline nel modo più pulito e rapido possibile.
Poi siamo passati ai conigli. Non so se lo sapete, ma dopo avergli dato una botta in testa, per scuoiarli vanno inchiodati a un muro o simili e aperti longitudinalmente (tutto questo sempre descritto coi gesti del martello, dei chiodi, della lama,..).
L'apoteosi si è raggiunta però con il maiale. Per coloro che come me non fossero edotti dell'arte norcina sarà interessante scoprire ciò che ho appreso a nel corso di questa cena: innanzitutto la bestia viene uccisa con un colpo alla testa tramite un apposito “fucile” che spara una punta di metallo lunga e affilata che, una volta penetrata la scatola cranica, si ritrae all’interno dell’arma stessa; immediatamente bisogna capire da che parte sta crollando l’animale e afferrarlo per sorreggerlo prima che tocchi terra per limitare l’insorgenza del vasto ematoma conseguente alla caduta su un lato del corpo del suino (la carne di tale lato “danneggiato” risulta meno pregiata ed è quella che il norcino a cui chiedete di ammazzarvi il maiale vi rifilerà, tenendo per sé quella dell’altro lato). Dopodiché occorre pugnalare con forza la bestia con uno stiletto alla base del collo alla radice della zampa anteriore (a quanto ho capito dai gesti della solita madre della festeggiata lo stiletto va infilato in quella che nell’umano si chiama regione sopraclavicolare attraverso l’apertura superiore del torace, probabilmente per lacerare l’arteria succlavia, visto che questa operazione serve per far defluire il sangue dall’animale).
E qui arriviamo a Lazzaro, il nostro beniamino. Il marito della festeggiata mi ha raccontato di quella volta che lui e la moglie chiesero ad un norcino o macellaio o possessore di maiali (non so) di ammazzargli un maiale e di vendergliene mezzo; il tale acconsentì e chiese loro di assistere all’uccisione. La svolta di questa triste storia è che dopo aver sparato all’animale (che comprensibilmente era agitato, avendo già capito la ragia), averlo acchiappato al volo per limitare l’ematoma e averlo adagiato a terra, quando già stavano facendo bollire non ho capito cosa (forse l’acqua per levare le setole al suino), il maiale - da qui in avanti chiamato Lazzaro – si è rialzato grugnendo di dolore e di sorpresa: era solo svenuto per il colpo alla testa ed ora stava vivendo un autentico incubo, sapendo di star per essere ucciso e anche dolorosamente, vedendo i suoi assassini e sapendo di non poter scappare. Immaginate il senso di impotenza e di ineluttabilità che invadeva il povero suino, sentite i suoi grugniti terrorizzati e forse i suoi accidenti verso coloro che volevano farlo fuori, i suoi alti strilli prima che gli sparassero il secondo colpo in testa, questa volta definitivo.
Questa sarà la scena madre del film, in bianco e nero e muto: l’unica nota di colore sarà il grugno rosa di Lazzaro che scolorerà nel grigio via via che la vita abbandonerà il protagonista; le inquadrature dell’intera scena lasceranno il posto a intensi primi piani del muso del suino contratto dal dolore; si alterneranno sottotitoli in campo nero che daranno voce ai lamenti e agli accidenti del morente e scene flashback in rapida sequenza di tutta la vita di Lazzaro, dall’ infanzia (il primo bagno nel fango, la prima ghianda) agli ultimi attimi felici prima del presagio dell’ineluttabile. Il tutto culminerà in un crescendo di musica e di rapidità delle immagini, o meglio degli spezzoni che mostrano i gesti degli aguzzini e gli spasmi della vittima. Calerà poi il buio, la musica si interromperà, dopodiché appariranno – ma solo per un attimo – un paio di mani sporche di sangue. I titoli di coda saranno accompagnati dalla famosa canzone della colonna sonora del film “Sacco e Vanzetti” del 1971, "Here's to you" (pagherò uno stonfo di diritti di autore, se non saranno già scaduti). L’unica perplessità che ho è come farò a trovare un suino dotato di così raffinate doti drammatiche per interpretare il ruolo del protagonista Lazzaro. Si accettano curricula e video di provini.
La tappa successiva di questo viaggio nei metodi di uccisione degli animali è stata la storia di un capriolo femmina – a cui da qui in avanti mi riferirò come “la capriola” – uccisa dal marito della festeggiata in occasione di una sua recente uscita a caccia; arrivati ad aprire il cadavere lui e la moglie si sono accorti che la sventurata era incinta di due feti. Si è poi discusso del fatto che gli animali quando scappano impauriti perché avvertono la presenza dei cacciatori o sono già stati colpiti tendono a liberare la vescica.
Si è conclusa la trattazione con l’aneddoto del cinghiale ucciso in un’altra battuta di caccia che, colpito al cuore, ha continuato a correre per 50 metri prima di stramazzare al suolo.
Ora, la mia perplessità è questa: la persona che ha donato alla scienza il corpo grazie al quale ho avuto la possibilità di arricchire la mia conoscenza e di stupirmi della meravigliosità di ciò che stavo osservando è presumibilmente venuto a mancare per cause naturali e la sua dipartita non è stata caratterizzata dalle pratiche abbastanza cruente sopra descritte. Allora, come mai parlarne ad una cena è giudicato sconveniente mentre non lo è discorrere amabilmente di quanto sopra descritto?
Concludo con "Il dono del cervo"
"Piango il mio destino,
Io presto morirò
Ed in dono allora
A te io offrirò
Queste ampie corna,
Mio buon signore,
Dalle mie orecchie tu potrai bere
Un chiaro specchio
Sarà per te il mio occhio,
Con il mio pelo
Pennelli ti farai
E se la mia carne cibo ti sarà,
La mia pelle ti riscalderà
E sarà il mio fegato
Che coraggio ti darà
E così sarà, buon signore,
Che il corpo del tuo vecchio servo
Sette volte darà frutto,
Sette volte fiorirà"
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